L’aumento di capitale liberato mediante compensazione di crediti dei soci è soggetto all’imposta di registro dello 0,5% e non alla sola imposta fissa di 200 euro. Questo è quanto affermato dalla Corte di Cassazione con l’Ordinanza n. 25106/2026.
Il caso riguardava una società che, dopo aver azzerato il capitale per perdite, ne aveva deliberato la contestuale ricostituzione. L’aumento era stato liberato mediante compensazione con crediti certi, liquidi ed esigibili vantati dai soci verso la società.
Il notaio aveva applicato l’imposta fissa di 200 euro prevista per gli aumenti di capitale in denaro. L’Agenzia delle Entrate aveva invece assoggettato la compensazione all’aliquota proporzionale dello 0,5%, ai sensi dell’art. 6 della Tariffa, Parte I, allegata al d.P.R. n. 131/1986.
La Cassazione ha accolto la tesi dell’Amministrazione finanziaria, distinguendo tra:
- l’aumento di capitale, espressione della volontà assembleare della società;
- la compensazione, riconducibile al singolo socio e autonoma rispetto all’atto societario, anche quando sia funzionale alla realizzazione dell’aumento.
Il collegamento funzionale tra le due operazioni non consente, quindi, di ricondurre l’intera fattispecie al regime più favorevole previsto per gli atti societari.
La compensazione indicata nella delibera costituisce un’autonoma disposizione negoziale – o comunque un atto enunciato – soggetta all’imposta proporzionale dello 0,5% sull’importo compensato.

